Un altro giugno è giunto al termine, scompaiono le tinte arcobaleno di cui ogni angolo di ogni città è stato coperto, finiscono le sfilate, diminuiscono le manifestazioni e gli eventi a tema. Si resta accompagnati da un’agrodolce sensazione di essere parte di una comunità che occupa migliaia di strade nel mondo, ma che viene dimenticata nel giro di qualche giorno.

Rimane l’euforia dei Pride, della musica, di glitter, strass e paillettes che hanno ricoperto i vicoli di molte delle più grandi città italiane. Si sentono ancora nelle orecchie le parole e le grida di rivolta degli interventi politici, ma anche personali, di chi ha portato in piazza il proprio corpo e la propria esperienza di soggettività non eteronormata. Una rivolta che viene incarnata nell’agire, nel proprio essere e nel proprio vivere, come farebbe il caro Mario Mieli, verso un cambiamento radicale che suona sempre più come possibile, oltre che necessario.
Rimangono le manifestazioni organizzate da gruppi queer e non di cui sono state costellate queste settimane e che hanno fatto emergere nuove conoscenze e consapevolezze. Finisce un mese in cui annualmente viene riscoperta la storia queer in ogni sua sfumatura, in cui viene data voce a chi la ha vissuta e la sta vivendo tuttora tra l’appartenenza ad una comunità e il pericolo costante dell’emarginazione.

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Dall’altro lato, infatti, rimane un triste retrogusto, la sensazione di dover tornare a nascondersi dietro una cortina di fumo, senza più glitter o colori.
Rimangono i loghi di agenzie, multinazionali ed istituzioni che eliminano i colori dell’arcobaleno, autoincensandosi per aver eseguito il minimo compito necessario verso l’accettazione sociale, che viaggia dal logo Amazon arcobaleno alle mutande Calvin Klein pubblicizzate con una coppia di uomini abbracciati. Il cosiddetto Rainbow Washing si rivela in tutta la finzione che caratterizza il tentativo di capitalizzare su corpi accuratamente scelti appena al di fuori dalla norma, ma abbastanza da apparire nel giusto senza la minima intenzione di modificare, o anche solo interrogarsi, su una qualsiasi dinamica o gerarchia di potere.

Proprio dopo trenta giorni di bagno arcobaleno, si ritorna a Cloe Bianco, insegnante morta suicida esattamente nel mezzo del mese del Pride, che al di fuori delle parate viveva la sua emarginazione “offensiva” che non suscita “neppure pietà”, per usare le parole che lei stessa ha usato sul suo blog per annunciare la sua morte.
Rimane infatti la sensazione che ad un livello politico si muova ancora poco, che le voci che gridano non siano ancora realmente ascoltate. Rimane il costante pericolo di essere reclusi ai margini, prezzo da pagare se si vuole affermare ed autodeterminare la propria identità, soprattutto in contesti lavorativi. Come afferma il filosofo e attivista Federico Zappino «noi stessə siamo obbligatə a riprodurre eterosessualità se vogliamo ambire a una qualche forma di intelligibilità e riconoscibilità. Ed essere intelligibili e riconoscibili è il prerequisito per poter prendere parte al rapporto sociale capitalistico, cioè per essere messi a valore e al lavoro da parte del capitale, in modalità tuttavia differenti proprio a seconda della differente posizione di genere che, in quanto prodotti “eterosessualizzati”, occupiamo nell’ordine sociale».
L’emarginazione si unisce ad un’atmosfera ancora troppo precaria, in cui violenze verbali e fisiche sono ancora troppo frequenti, in un clima in cui protezione e sostegno istituzionale continuano a svanire.

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Alla fine dei conti permane la consapevolezza che la rivoluzione è possibile, ma le gerarchie sociali sono ancora troppo calcificate e coperte da un telo color arcobaleno dietro cui si può nascondere chi detiene gran parte del privilegio.
Il Pride è festa, parata dei colori, dei brillanti e delle identità non conformi.  Ma viverlo solo come tale non è abbastanza, bisogna ascoltare e comprendere le voci e le grida di chi ha qualcosa da dire e ricordarsene ogni giorno, pronti ogni anno a chiedere di più, o meglio, a chiedere tutto.

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